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Cosa sta rovinando il calcio italiano?


Inutile dire che il calcio italiano è in crisi, lo si capisce dalla fuga di tanti calciatori all'estero e dai tanti contratti non rinnovati e  che finiscono a parametro zero. 

A confermare tale crisi è il Report del Calcio 2022, documento pubblicato dalla Figc insieme a Pwc e Arel. 

Secondo i numeri, nella stagione 20/21 si è registrata una perdita di 1,3 miliardi di euro, ben di più rispetto agli 878 milioni dell’annata precedente. Tra il 2007 e il 2019 invece, il “pallone” aveva già perso 4,1 miliardi, circa 1 milione al giorno. La colpa? Non è solo della pandemia, ma anche dei pochi ricavi a fronte dei pesanti costi di stipendi e ammortamenti. 300 milioni di incassi sono stati bloccati dalla chiusura degli stadi, le plusvalenze sono passate da 817 milioni della stagione 19/20 ai 404 di quella successiva. 

Il problema sta proprio qui: parte delle plusvalenze stesse deriva dalle esportazioni dei giocatori, parte invece provengono da scambi sul mercato interno. 

La società che acquista un calciatore inserisce il valore del cartellino all’attivo di bilancio, somma che dovrà essere ammortizzata durante gli anni successivi di contratto. Ciò ha portato al rigonfiamento degli attivi in 14 anni da 3,1 a 6,7 miliardi, costituiti principalmente dai cartellini, beni immateriali con ciclo breve e destinati allo zero, specie per quei contratti non rinnovati (parametro zero). 

Ecco allora che il circolo vizioso riprende vita, un sistema basato ormai su continui accumuli di debiti per i quali serve, immediatamente, una soluzione.

Le società con sono più tutelate...a controllare i giochi sono i procuratori e i loro assistiti. Un cambio normativo è necessario se non si vuol fare morire il calcio definitivamente.

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