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Atalanta - Napoli, l'analisi

Siamo sinceri, ancora non abbiamo smaltito l’euforia della grande vittoria sul difficile campo di Bergamo. Una vittoria non netta con i numeri (possesso palla, tiri in porta, attacchi verso la porta) ma complessivamente probante e significativa. Proviamo a spiegare. Con l’assenza contemporanea di due squalificati di stazza importante, come Osimhen e Rrahmani, l’infortunio importante di Di Lorenzo e i dubbi sul terzo centrocampista da schierare, visto il mezzo infortunio di Zielinski in nazionale e la febbre di Fabian Ruiz in settimana, ci apprestavamo a giocare contro una squadra che sfida chiunque sul piano fisico e che molto spesso vince i duelli in mezzo al campo. Una squadra che non ha paura di attuare un pressing alto e fastidioso, un uomo contro uomo assillante e che dura per tutto l’arco della gara. A tutto ciò si andava ad aggiungere la motivazione della squadra di casa, consapevole di dover assolutamente rispondere all’ultima chiamata per un posto che conta in campionato, nonostante nelle ultime partite casalinghe non avesse raccolto moltissimo.

Difronte il Napoli, sebbene come detto, abbastanza rimaneggiato, ma assolutamente convinto delle proprie capacità, con i piccoletti a formare il tridente d’attacco, un giovanissimo debuttante (Zanoli) sulla fascia di competenza di Zappacosta e dei vari Malinovskyi, Freuler e Muriel, e il solido Juan Jesus a formare la coppia centrale con Koulibaly. Un Napoli temprato nello spirito da un grande condottiero, quale rivelatosi Spalletti, che sta tenendo tutti sul pezzo e dimostrando un gran feeling con squadra e città. Un lavoro metodico fatto di allenamenti e discorsi, di tattica e spirito di gruppo, di lavoro sulla tecnica e sulla testa dei calciatori, visto che ormai, a sette partite dal termine del campionato, non ci si può più nascondere: bisogna far leva sull’orgoglio personale e la possibilità di diventare immortali per un popolo intero che insegue il sogno tricolore da oltre tre decenni.

Ebbene il Napoli, come sappiamo, ritorna dalla trasferta orobica con i tre punti in tasca. Ha aspettato i momenti buoni per l’affondo, dimostrando cinismo e capacità di percepire che questa non era partita da palleggio. Ha saputo soffrire! Nel primo tempo ha rotto il primo pressing furioso due volte e due volte ha colpito irrimediabilmente, sia con Zanoli, autore di una progressione meravigliosa fino all’assist per Mertens, steso dal portiere poi punito con un sacrosanto rigore dalla Var trasformato dal capitano Insigne, sia con una percussione di Lobotka che, con i suoi cambi repentini di direzione, disorienta tre avversari e si fa stendere da Palomino. La punizione che ne consegue fa risaltare la scaltrezza dello smarcamento di Politano che sfugge ai difensori, pronto all’appuntamento con il tocco astuto quanto delizioso di Insigne che lo pesca da solo per lo 0-2 perentorio.

L’Atalanta fa di tutto per ridurre le distanze, ci riesce nel secondo tempo ma, mentre tutti si aspettano il pareggio, a dieci minuti dalla fine il Napoli dona al mondo pallonaro l’esecuzione magistrale di un contropiede: Koulibaly sfrutta un accorto raddoppio di marcatura di Mario Rui, Lobotka e Fabian Ruiz, lancia Lozano e si fionda in avanti per offrire al subentrato di Insigne un’alternativa per un possibile appoggio. Si proietta in avanti catalizzando l’attenzione dei due accorrenti difensori atalantini mentre Elmas come un missile si lanciava nei settanta metri di corsa più esaltanti della stagione, infilandosi alle spalle di tutti per ricevere l’intelligente assist di Lozano, che lo aspetta e lo serve al bacio, per un tocco delizioso a spiazzare il portiere. Una vittoria bellissima, di squadra, di compattezza, di perseveranza e ineccepibile nella forma e nella sostanza. Una vittoria che premia tutti gli attori con l’Oscar dell’interpretazione tattica, senza preferenze alcune anche se bisogna dare merito all’applicazione difensiva stavolta magistrale di Mario Rui; alla sfrontatezza del debuttante Zanoli, per niente intimorito dalla prima in un campo sempre difficile; alle giocate di Lobotka, faro recuperato del centrocampo azzurro; alla determinazione di Anguissa cresciuto costantemente nella partita come la partita stessa man mano che cresceva l’intensità; al muro eretto dalla black power davanti al sicuro Ospina. E siccome l’interpretazione dei ruoli e dell’animus pugnandi è stato eccezionale, il merito va al tanto obiettato regista Spalletti che ha saputo costruire un gruppo tenace e capace di far sognare l’universo partenopeo.

A questo punto del campionato, con l’Inter che si rifà sotto vincendo contro la Juventus a Torino estromettendo di fatto i bianconeri dalla corsa al titolo, ed il Milan che pareggia in casa contro un buon Bologna, in fondo e per primo arriva chi non ha il braccino, chi ha la forza e la resistenza di interpretare ogni partita come una finale.

A questo punto del campionato le compagini in lista per lo scudetto sono sullo stesso piano, visto il percorso fin qui fatto, ed è bellissimo finalmente, sia che si contendano in tre il titolo, dopo anni di monotonia, e sia che possa giocarsela anche il Napoli questa grande volata finale. 

Situazione attuale: Milan 67, Napoli 66, Inter 63 (con una partita in meno, da recuperare contro il Bologna).


Manfredi Adamo (Freddy) 


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